Maria Cristina Giurastante: orientare le scelte per creare futuro insieme
L’interculturalità, la curiosità e il costante desiderio di accogliere le sfide hanno tracciato il percorso professionale di Maria Cristina Giurastante, oggi Responsabile del Servizio Promozione e Orientamento del Politecnico di Milano. In questa intervista racconta come si crea un ambiente dove ciascuno possa esprimere il meglio di sé, si affrontano contesti complessi e si guidano le ragazze e i ragazzi a guardare oltre e a costruire consapevolezza e visione, utili per scegliere il proprio domani.
“Credo molto nel valore del rispetto e dell’ascolto. Essere presente, creare incontri strutturati e favorire il dialogo continuo significa dare a ciascuno lo spazio per contribuire davvero.”
Maria Cristina Giurastante, Head of Students Recruitment Unit
Il tuo percorso professionale parte da lontano. Come inizia questa storia?
Il mio percorso professionale è profondamente intrecciato a quello personale. Nasce da una curiosità verso il mondo che ha preceduto il mio ingresso al Politecnico, ma che proprio qui ha trovato lo spazio per crescere e consolidarsi.
Mi sono laureata in Lingue e Civiltà Orientali all’Università L’Orientale di Napoli. Studiare fuori sede è stata la mia prima palestra di vita. Durante gli studi ho trascorso un anno in Cina in un Paese profondamente diverso da quello attuale e dal mio conosciuto: è stata un’esperienza che ha segnato il mio modo di guardare alle relazioni tra sistemi, culture e persone differenti.
A causa della SARS nel 2003 sono rientrata in Italia e, poco dopo, mi sono trasferita a Londra, dove ho lavorato per tre anni come Office Manager. È stata un’esperienza significativa, anche per le competenze organizzative e gestionali che mi ha permesso di sviluppare.
È in questo percorso internazionale che si inserisce il Politecnico?
Sì. Ero a Londra quando, nel 2006, ho sentito parlare di un progetto dell’Ateneo di doppia laurea in Cina e ho deciso di candidarmi. Sono stata assunta per coordinare il Campus Italo-Cinese ed è stato, a tutti gli effetti, un salto nel vuoto guidato da curiosità e passione. Sono stata dislocata a Shanghai per tre anni e, nel tempo, le mie responsabilità sono cresciute.
Al rientro in Italia ho iniziato a occuparmi di promozione internazionale, viaggiando molto per attrarre studenti da tutto il mondo. L’internazionalizzazione, per me, non è mai stata un obiettivo astratto, ma era già pratica quotidiana.
Il 2020 è stato un punto di svolta. Che cosa ha significato diventare Responsabile?
Nel 2020, con la riorganizzazione dell’Ateneo, il Marketing Internazionale e l’Orientamento Nazionale sono confluiti in un unico Servizio. È stata una sfida importante, arrivata in un momento complesso. Ero ai primi mesi di maternità e di lì a poche settimane saremmo entrati in lockdown. Mi sono trovata a coordinare l’integrazione di attività e persone da remoto, in piena pandemia. Ho dovuto contestualmente conoscere nuovi processi, ripensarli su modalità online e lavorare molto sulla costruzione del gruppo.
Ho cercato fin da subito di creare coesione, anche attraverso momenti informali di scambio, confronto e supporto. Credo che la dimensione umana sia fondamentale: senza senso di squadra, anche la strategia migliore fatica a tradursi in azione.
Oggi, qual è la missione del Servizio che coordini?
Siamo un team di otto persone che lavora per supportare le politiche di attrattività dell’Ateneo. Operiamo integrando orientamento, comunicazione e promozione dell’offerta formativa, in Italia e all’estero, in coerenza con il piano strategico.
Promuovere un Ateneo come il Politecnico significa lavorare in un ecosistema complesso: studenti, scuole, famiglie, istituzioni, partner internazionali. Richiede competenze di comunicazione, interculturalità, digital marketing e analisi dei dati, ma anche grande sensibilità nel dialogo con le nuove generazioni.
Il nostro obiettivo è accompagnare studenti e studentesse verso una scelta consapevole, aiutandoli a costruire una visione del proprio futuro e, possibilmente, di una società migliore.
In questo scenario, quali sono le sfide più complesse?
Il calo demografico è una sfida strutturale che può avere effetti sullo sviluppo dell’Ateneo e del Paese. Le proiezioni indicano che entro il 2040 l’Italia potrebbe avere oltre il 20% di lavoratori in meno, con un impatto significativo sulla crescita economica e sulla sostenibilità del sistema Paese.
Allo stesso tempo, dialogare con le nuove generazioni richiede un aggiornamento continuo di linguaggi e strumenti. Parlare ai ragazzi significa rimettersi costantemente in discussione.
Inoltre, la dimensione geopolitica è sempre più centrale nel nostro lavoro. Le guerre e le crisi internazionali ridefiniscono flussi, mobilità e aspettative. Interagiamo con studenti provenienti da contesti colpiti da conflitti o instabilità politica, dove l’accesso a percorsi di qualità può essere compromesso. In questi casi sentiamo ancora più forte la responsabilità dell’università come spazio sicuro, ponte tra culture e possibilità reale di riscatto e costruzione del futuro.
Che cosa ti ha lasciato l’esperienza internazionale nel ruolo che ricopri oggi?
Mi ha lasciato, prima di tutto, uno sguardo più ampio. Vivere e lavorare in contesti culturali diversi mi ha insegnato a non dare mai nulla per scontato, ad ascoltare prima di interpretare, a leggere le situazioni da più prospettive.
Mi ha insegnato la mediazione, la pazienza e il rispetto profondo delle differenze. Quando si lavora tra sistemi diversi – culturali, organizzativi, generazionali – non si tratta di semplificare le differenze, ma di comprenderle e valorizzarle. Questo oggi è parte integrante del mio modo di lavorare e di guidare un team.
In un contesto così articolato, che tipo di leadership senti di esercitare?
Credo che la mia sia una leadership partecipata e adattiva: non credo in un modello unico valido per tutti, ma nell’importanza di leggere il contesto e le persone. Cerco di ascoltare il singolo, creando uno spazio in cui ciascuno possa esprimere al meglio il proprio potenziale, in sintonia con il team e con gli obiettivi comuni. Credo profondamente nella contaminazione delle idee e nello scambio continuo, perché è dal confronto che nascono le soluzioni più efficaci.
Mi impegno a dare una visione chiara alle nostre attività, affinché ogni persona possa riconoscersi nel percorso e comprenderne il senso. Dedichiamo momenti strutturati al dialogo, ma coltivo anche una presenza quotidiana e accessibile, cercando di attivare leve motivazionali diverse a seconda delle persone.
Ho la fortuna di lavorare con un gruppo di persone competenti ed entusiaste, che vivono il proprio lavoro non solo come una professione, ma come una vera e propria missione.
Il tuo percorso dimostra anche un’attenzione costante alla formazione…
Per me è un elemento vitale, ed è anche ciò che mi ha trattenuta qui al Politecnico per tanti anni. Nonostante il tempo trascorso, lavorare in questo contesto mi fa sentire ancora in viaggio, mai ferma.
Ho trovato un ambiente in cui la formazione non è un episodio, ma un processo continuo. È una sfida costante, alimentata sia dalla natura del mio lavoro – che mi espone a stimoli e contesti sempre diversi – sia dal DNA stesso del Politecnico, profondamente orientato al miglioramento e all’innovazione.
Recentemente ho conseguito il Master in Management dell’Università e della Ricerca. È stato un percorso impegnativo: tra lavoro e famiglia spesso è toccato studiare di notte. Ma è stato anche estremamente arricchente. Mi ha permesso di ampliare lo sguardo, acquisire nuovi strumenti e confrontarmi con professionisti di grande valore, con cui è nata anche una bellissima amicizia.
Come il tuo lavoro si intreccia con la dimensione personale?
Trovare un equilibrio non è sempre semplice, perché per me vita professionale e personale sono profondamente intrecciate. Il lavoro non è solo una fonte di guadagno, ma una parte della mia identità: è il luogo in cui esprimo competenze, passione e visione.
Allo stesso tempo, scelgo di essere presente il più possibile nella mia famiglia. Ho una figlia di dodici anni e un bimbo di sei: partecipano volentieri alle iniziative del Politecnico pensate per le loro età, e cerco di condividere con loro questa parte così significativa della mia vita. Per me è importante che vedano una madre appassionata del suo lavoro e credo che questo abbia un forte valore educativo: spero che mostrare che si può investire sulla crescita professionale senza rinunciare alla dimensione personale offra loro un modello di libertà e responsabilità verso sé stessi e le proprie aspirazioni.
E se dovessi lasciare un messaggio ai giovani lavoratori di domani?
Direi di non aspettare di avere una traiettoria perfettamente disegnata prima di partire. Le scelte più formative spesso nascono dalla curiosità e dal coraggio di uscire dalla propria zona di comfort.
Impegno e sacrificio fanno parte del percorso, ma quando sono guidati dalla passione diventano investimenti su sé stessi. Non tutto sarà lineare, e non sempre si sa dove porterà una decisione: è proprio in quei momenti che si cresce di più.
Coltivare apertura, rispetto e capacità di dialogo – soprattutto in un mondo attraversato da cambiamenti e tensioni – è una competenza fondamentale quanto qualsiasi competenza tecnica. E, soprattutto, fare in modo di non smettere mai di sentirsi in viaggio.