06.04.2022 17:00

Marco Casadei, 1° laureato in Ingegneria Aerospaziale con disabilità visiva

Un'intervista in cui racconta la sua esperienza universitaria, perché diventi una realtà sempre più ordinaria

Marco Casadei è il primo ragazzo disabile visivo ad essersi laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Milano nel settembre del 2021.

Ci ha proposto di raccontarsi in un’intervista per testimoniare a tutti noi, e soprattutto ad altri ragazzi e ragazze con problemi simili ai suoi, che per quanto sia dura, anche per un ipovedente è possibile frequentare con successo un’università tecnico-scientifica come il Politecnico.

È una storia straordinaria, di scelte coraggiose e sfide quotidiane, che vorremmo fosse solo la prima di una lunga serie. La raccontiamo perché possa diventare una realtà sempre più ordinaria, uno stimolo a credere accessibile anche quello che fino ad oggi non sembra tale, o che, a detta di altri, non lo sarà mai.

È anche l'occasione per conoscere più da vicino il nostro servizio Multi Chance Poli Team, un gruppo multidisciplinare attivo all’interno della Unit Pari Opportunità, che si dedica quotidianamente a rendere possibile la piena partecipazione universitaria, accompagnando studenti con disabilità e Disturbi Specifici dell’Apprendimento - DSA durante l’intera carriera, dall’orientamento all’inserimento lavorativo post-laurea.

Ciao Marco. Innanzitutto ti ringrazio molto per questo nostro incontro. Volevo incominciare con una tua presentazione, con la tua storia…

Faccio subito una premessa. Ho desiderato raccontarvi di me perché della mia disabilità io parlo sempre apertamente, senza nessun tipo di problema. Quindi sono aperto ad ogni tipo di domanda al riguardo.

Come percorso di studi, provengo da un liceo scientifico, che ho frequentato nella mia città d'origine, Cesena.

Dopodiché ho scelto di iscrivermi a Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Milano. La definisco la mia “impresa”, perché come si può notare ci ho messo un po’ più di tempo del necessario a laurearmi, inutile nasconderlo. Ovviamente studiare con una disabilità è più difficile rientrare nei tempi, ma finalmente ce l'ho fatta.

Come si chiama il tuo problema alla vista, e come ha impattato sulla tua carriera universitaria?

La malattia si chiama glaucoma congenito bilaterale, che va a colpire il nervo ottico e causa quindi una perdita di visus importante, rendendomi ipovedente.

Non è una condizione stabile, perché nel corso del tempo ho avuto dei distacchi di retina, trapianti di cornea, ecc. Nel corso degli anni mi sono dovuto sottoporre a tantissimi interventi per provare ad arginare questa malattia, anche durante il mio percorso universitario. Due o tre volte ho dovuto interrompere per qualche mese gli studi per sottopormi ad interventi necessari.

Chi non ha importanti problemi di vista può faticare a capire cosa vuol dire nel concreto essere ipovedente o non vedente. Come si svolge la tua vita quotidiana in una città come Milano?

Quando esco, mi muovo per la città con il bastone bianco. Non leggo i cartelli, ma una volta che conosco i percorsi sono abbastanza autonomo. In una città come Milano riesco a gestire i movimenti a piedi abbastanza bene. Anche se rispetto a Cesena è più grande, ci sono molti più servizi, e risulta nel complesso più accessibile.

E la tua vita da studente?

L'ipovisione determina ovviamente una difficoltà sia nel seguire le lezioni sia nello studio casalingo. A lezione io mi avvalevo di uno strumento detto video ingranditore: è come una telecamera che riprende la lavagna e la restituisce ingrandita sul portatile. A casa invece ho un ingranditore da tavolo, che ingrandisce libri e quaderni.

Come sei arrivato a scegliere il Politecnico di Milano?

Tra i motivi per cui ho scelto il Politecnico c’era sicuramente anche l'inclusività, che io ho sentito fin da subito. Sono stato veramente affascinato dall’Open Day, a cui ho assistito quando ero in quinta liceo.

Inoltre mi ha colpito la disponibilità incredibile del Multi Chance, il servizio specifico rivolto alle persone con disabilità. Fin da subito, quando ancora non ero studente e non ero sicuro di iscrivermi, mi hanno seguito in tutto e per tutto, dandomi consigli e facendomi conoscere strumenti e strategie per sopperire alle difficoltà visive che io ancora non conoscevo. Del videoingranditore a distanza, ad esempio, al liceo nessuno me ne aveva mai parlato, e si è rivelato uno strumento utilissimo.

Questa tua sensazione di inclusività è continuata poi quando effettivamente sei entrato al Poli?

Sicuramente di difficoltà ne ho trovate diverse, ma ho anche trovato molto aiuto, sia dal Multi Chance sia dai singoli professori, che quasi nella totalità dei casi sono stati estremamente comprensivi nel venirmi incontro, e anche nel rendere le loro lezioni più accessibili possibile.

A volte basta poco per farlo. Certe materie estremamente matematiche fanno fatica a essere spiegate con il solo audio. Mi ricordo un professore che non si è mai scordato una volta, mentre leggeva una matrice, di dire se la stava leggendo per riga o per colonna. Sembra un piccolo gesto, ma mi permetteva di seguire la lezione senza bisogno di guardare la lavagna.

E i tuoi compagni di studio?

Ho trovato un bellissimo ambiente, dal compagno che mi passa gli appunti, a quello che mi legge qualcosa che mi è sfuggito alla lavagna. E nonostante a inizio lezione ci sia la corsa ad accaparrarsi i posti, chiunque mi ha sempre ceduto il posto in prima fila, per me necessario per poter usare il video ingranditore.

Come hai vissuto questa tua condizione visiva, nel corso della vita?

Non ho mai avuto una vera e propria questione di accettazione, perché ci sono nato. Da piccoli siamo estremamente malleabili e adattabili, quindi fin da bambino ho trovato strategie per affrontare le situazioni in cui la vista mi ostacolava.

Ovviamente ci sono stati momenti in cui l'ho un po’ patita. Parlo degli anni in cui qualsiasi adolescente inizia a pensare al motorino o alla macchina, per esempio.

Oppure quando si parla di attività sportive. Alle medie avevo una grande passione per il calcetto, andavo sempre in oratorio sabato pomeriggio a giocare. A un certo punto, però, mi è stato detto che avrei dovuto smettere, perché era diventato troppo pericoloso a causa degli interventi che avevo fatto agli occhi: una possibile pallonata sarebbe stata critica. E ovviamente lì mi è pesato.

A scuola, invece?

C’è stato un episodio che al momento mi ha fatto rimanere male, ma che invece mi ha reso più forte.  C’era stata una verifica di matematica, avevo preso un sei meno, voto che per me, abituato a riceverne di più alti, era effettivamente basso.

Mi ricordo che il professore, a colloquio con i miei genitori, disse che forse sarebbe stato meglio cambiare scuola, perché il triennio del liceo scientifico poteva essere troppo complicato, e “con i miei problemi” avrei potuto non farcela.

Era stato veramente pesante. Eppure, dopo questo episodio, ho trovato in me ancora più orgoglio. Al giorno d’oggi gli strumenti per rendere l’istruzione e la cultura accessibili a tutti ci sono, e quindi io avevo il diritto – ho pensato – ma anche il dovere, di cercare di mettere a frutto i miei talenti.

Sei stato appassionato da sempre all’ingegneria aerospaziale?

Io in quinta liceo ero già sicuro di voler fare ingegneria. Ho sempre avuto una propensione naturale per il mondo matematico e le materie scientifico-tecnologiche. Ero però indeciso fra due o tre corsi di studio.

Anche quando ho scelto l'università ho però dovuto combattere, perché mi veniva detto che per me ingegneria era assolutamente impossibile. Quando io insistevo, dicevano: “Ok, allora ingegneria informatica”, perché era l'unica considerata possibile per un non vedente. E invece no, volevo fare quello che realmente mi piaceva, cioè la meccanica. Addirittura, in un centro di orientamento per non vedenti a Bologna, mi dissero di fare il corso da centralinista, che era un po’ il percorso obbligato per la maggior parte dei non vedenti. Oppure, se proprio volevo fare l'università, mi consigliavano fisioterapia.

Come mai c’è questa tendenza ad indirizzare verso certi ambiti e non altri?

Purtroppo, il problema dei non vedenti in Italia e che fino a una ventina d'anni fa c'era un'unica strada lavorativa, cioè quella di fare il corso da centralinista e sperare poi in un posto pubblico, o in banca. Sono lavori assolutamente rispettabili, ma non dovrebbe essere una scelta obbligata. Puntare tutto su quello, anche per chi, nonostante la disabilità, può avere possibilità di fare altro, è estremamente degradante, oltre a nascondere una pura e semplice volontà assistenzialistica.

A me questa logica non andava per niente bene. Già da un po’ di anni iniziano ad esserci non vedenti che hanno fatto l'università, però pochissimi che fanno università tecnico-scientifiche, ancora meno ingegneria. Ho cercato di fare qualche ricerca, e dovremmo essere poche decine in tutta Italia. Di questi, il 99% fa informatica, perché obiettivamente è una strada ottima per un non vedente; con i sistemi di screen reader è in gran parte accessibile.

Però a me piaceva più l’ambito meccanico, nonostante fossi consapevole che era un mondo più inaccessibile. Da quello che mi hanno detto le varie unioni ciechi, sono il primo ipovedente laureato in ingegneria aerospaziale. E ho saputo che c’è già un altro ragazzo qui al Poli che sta facendo aerospaziale.

Quindi non ti penti della scelta che hai fatto?

Assolutamente no. È stata una scelta coraggiosa, però totalmente senza rimpianti. Ho fatto sacrifici importanti, ma credo che ne sia valsa la pena.

Mi hai raccontato che hai affrontato altre operazioni durante il tuo cammino universitario. Come evolve il glaucoma?

Di per sé il glaucoma non è degenerativo, si riesce a tenerlo relativamente sotto controllo. Il problema principale è che questa patologia fa alzare la pressione del bulbo oculare, e la pressione fa spingere il bulbo posteriormente sul nervo, rovinando le terminazioni, e anteriormente sulla cornea, offuscando la vista.

Se si riesce con la terapia quotidiana o con interventi a tenere sotto controllo la pressione, non avanza. Ovviamente, nei momenti in cui la pressione è alta anche solo per un breve periodo, si brucia ogni volta qualche nuova terminazione nervosa.

Il glaucoma non è raro: è una delle prime cause di cecità in Italia. Siamo però abituati a vederlo insorgere in tarda età, influenzato ad esempio dal diabete o da altre malattie sistemiche più gravi, rispetto alle quali è una conseguenza laterale.

In questo caso, la sua evoluzione è molto più veloce. Quello congenito, invece, se preso in tempo e tenuto sotto controllo, può permettere di arrivare anche fino a sessant'anni con un residuo di vista.

È una malattia la cui evoluzione dipende tantissimo da caso a caso; non si può fare una casistica generale.

Hai parlato del servizio Multi Chance. Raccontaci della tua esperienza, che credo possa essere utile a tanti altri aspiranti studenti del Poli…

Come ti dicevo, il personale di Multi Chance mi è stato d’aiuto fin da prima di aver deciso di iscrivermi, per la parte di orientamento, per poi continuare ad essere presenti durante tutto il corso dei miei studi.

Ad esempio, all'inizio di ogni semestre, io scrivevo loro indicando i corsi che avrei dovuto seguire. Loro quindi contattavano direttamente i docenti segnalando la mia presenza e il tipo di accessibilità di cui avevo bisogno. Una parte importante è quella dell’organizzazione degli esami, perché per fare gli esami scritti avevo bisogno degli strumenti indispensabili per poterlo svolgere. Avere un tramite diretto del Politecnico è molto più efficace che contattare ogni professore individualmente.

E dopo la laurea?

Mi sta sorprendendo tantissimo anche il loro servizio post laurea. Mi stanno seguendo anche nel mio debutto nel mondo del lavoro. Io dopo la triennale ho scelto di non fare la magistrale e adesso mi aiutano nel contattare aziende che hanno manifestato interesse per categorie protette, per poi facilitare il mio inserimento.

Quali sono i tuoi sogni per il futuro

Parto dal fatto che quando si esce dall'università si sono apprese tante nozioni teoriche, una base su cui costruire, un metodo per imparare. A livello di lavoro pratico c’è ancora tanto da imparare, soprattutto dopo la triennale. Quindi al momento ho qualche idea, ma sono ancora ben disposto a cambiarla e a scoprire cose nuove.

Un ambito che mi è sempre interessato nel mondo aeronautico, e su cui sto focalizzando ora le mie ricerche, è quello della safety, della valutazione del rischio e altre tematiche di questo genere. Un altro che mi interessa è quello di operation, quindi di project management oppure planning di produzione, supply chain.

Avevo anche valutato di fare un master di primo livello proprio qui dal Politecnico in gestione del trasporto aereo, ma per ora vorrei fare un'esperienza lavorativa, dato anche il momento di crisi del comparto. Poi tra un anno o due potrò sempre considerarlo.

Come hai deciso di non continuare con la magistrale?

È stato per un insieme di motivazioni, sia teoriche che pratiche. Avendo raggiunto il traguardo della triennale a 28 anni e mezzo, sarebbe stato inverosimile ipotizzare di completare la magistrale in soli due o tre. E quindi rischiavo di uscire dall’università parecchio tardi.

Io credo si cresca sfidando sé stessi in tutti i modi, come ho sempre dimostrato, soprattutto quando sono altri a volerti imporre dei limiti. Ma poi arriva un momento in cui si matura solamente accettandoli, alcuni di quei limiti. Nel fare questo percorso sono andato contro tante persone che mi dicevano che non si poteva fare. E proprio grazie all'esperienza che ho ora, e a quella di miei amici che erano già in magistrale, nell’ultimo periodo ho valutato che quel percorso era un po’ fuori dalla mia portata rispetto al tempo che ho.

Non è un discorso in generale per ogni ipovedente, ma una valutazione della mia situazione attuale. La magistrale, infatti, ha un'impronta molto più progettuale, molto più pratica, e si apprendono nozioni che poi difficilmente da ipovedente potrei mettere in pratica nel mondo del lavoro.

Passiamo al tuo tempo libero, che libero non è poi così tanto. Ho saputo della tua passione per gli scacchi, che hai portato anche al Poli…

Già dopo due anni che ero al Politecnico, sentivo proprio il desiderio di dare indietro qualcosa anch'io a questa università, che avevo sempre sentito presente nel sostenermi.

Un giorno capita con un collega conosciuto per caso di parlare di scacchi, di cui anche lui era appassionato. A quel punto ci siamo chiesti perché non provare a portare questo sport all'interno del Poli, visto che non esisteva ancora una realtà strutturata. Abbiamo quindi deciso di creare un'associazione studentesca, ed è così che nel 2014 nasce Scacchi Polimi.

Da allora abbiamo organizzato tornei, corsi, conferenze. Con la nostra squadra agonistica siamo anche andati in trasferta per partecipare a competizioni a squadre.

Durante la pandemia c'è stato un boom del gioco online, e da marzo 2020 ci siamo buttati anche in questo mondo, organizzando tornei studenteschi e partecipando a competizioni fra università online, inanellando parecchie soddisfazioni.

Devo dire che il bacino di appassionati di scacchi tra gli studenti, soprattutto di ingegneria, è molto ampio; e infatti la nostra associazione continua ad avere un ottimo successo dopo sette anni e mezzo.

È stata gratificante essere il fondatore di un’associazione studentesca?

Sì, è stata una delle soddisfazioni maggiori che ho avuto al Politecnico.

I bandi per le attività culturali degli studenti sono una grande opportunità. È emozionante costruire qualcosa di nostro, e vederlo crescere nelle nostre mani, grazie a tanto impegno e al giusto sostegno economico da parte dell’università. 

Quando è nata la tua passione per gli scacchi?

Ho praticato questo sport fin da bambino, alle elementari. Dagli anni delle medie ho iniziato i primi tornei agonistici. Quando ho iniziato l’università, gli scacchi erano tra le rinunce che avevo considerato necessarie per concentrarmi sullo studio. Poi, grazie anche a Scacchi Polimi, sono riuscito a conciliare le due cose, e infatti sono tornato anche a giocare nei campionati per non vedenti, di cui tra l'altro detengo il titolo a livello nazionale già da qualche anno.

Grazie agli scacchi ho fatto anche esperienze internazionali che mi hanno arricchito moltissimo, come le paralimpiadi nel 2012 in India, nel 2017 in Macedonia del Nord, nel 2021 in Grecia.

Pensi che gli scacchi siano uno sport inclusivo?

Sì, molto. Il bello degli scacchi è che non esistono da una parte gli scacchi e dall’altra gli scacchi per non vedenti. Esistono solo gli scacchi, e al massimo qualche piccolo accorgimento nel materiale di gioco per renderli più accessibili. È qualcosa che spinge ad uscire dall’autoghettizzazione degli sport “adattati”.

Ha senso però che esista un mondo di tornei specifico per i non vedenti, perché dal punto di vista delle possibilità di gioco siamo allo stesso livello, ma la vera differenza è negli allenamenti, perché è difficile trovare materiale didattico accessibile, e ci si impiega più tempo per leggerlo.

So anche che in passato hai giocato a baseball. Che esperienza è stata?

Ho giocato per tre anni nella squadra di baseball per non vedenti (BXC) Lampi Milano, anche se adesso, per i miei impegni, ho messo l’esperienza in stand-by.

Questo è in effetti uno sport adattato per il mondo dei non vedenti. Alla base c’è il feedback sonoro, perché la pallina ha dei campanelli che ne aiutano la localizzazione nel campo. Anche per ogni base è presente il feedback sonoro.

È uno dei pochi sport adattati che secondo me riesce a trasporre nel gioco per non vedenti le dinamiche e il senso del gioco originale. Però ha la pecca di rimanere comunque un gioco adattato, e che quindi non ci potrà mai essere una partita fra squadra non vedenti e squadra vedenti.

È anche uno dei pochi sport per non vedenti in cui ti senti libero veramente, perché non sei “legato” alla guida, ma ti gestisci tu in base ai suoni.

Come ti piace passare il resto del tuo tempo libero?

Mi piace molto leggere audiolibri. Mentre per i libri tecnici dell’università e i manuali di scacchi è più pratico usare l’ingranditore, per quanto riguarda la narrativa e le letture di piacere stravince l’audiolibro.

Quando andavo a scuola c'erano i cd-rom per ogni singolo libro, che bisognava acquistare o prendere in prestito. Il problema è che erano pochissimi, e anche se era un servizio assolutamente encomiabile, la qualità del prodotto non era eccelsa, perché si basava essenzialmente su opera di volontari.

Da tre o quattro anni c’è stata la riscoperta degli audiolibri, e il boom di nuovi servizi creati da grandi gruppi editoriali commerciali. Grazie a questi nuovi prodotti e a un’offerta amplissima ho riscoperto il piacere della lettura. Basta un paio di cuffie e puoi leggere un libro ovunque e in ogni momento della giornata.

Durante la nostra chiacchierata ho sentito proprio la voglia che hai di condividere questa tua storia…

Sì, hai centrato il punto di quello che sto cercando di fare in questi mesi. Io spero che la mia esperienza, il mio percorso, non rimangano una cosa per pochi, un’eccezione. Vorrei rappresentare un esempio del fatto che ce la si può fare.

A uno studente ipovedente che attualmente è al liceo, con una certa passione per le materie tecnico-scientifiche, direi che con i giusti strumenti, la giusta consapevolezza e il giusto aiuto, questo percorso è possibile, può dare molte soddisfazioni e quindi bisogna crederci.

Sicuramente non sto spingendo tutti i non vedenti a fare ingegneria, sarebbe sbagliatissimo. Però chi ha propensione e interesse già sviluppati negli anni, non si deve a priori precludere questa strada. Ce ne sono tante altre ugualmente valide, perché l'università è solo uno dei percorsi possibili.

Però nessuno deve pensare di avere un cammino predestinato, inevitabile, come quello del centralinista. Ci sono tante strade possibili, tra cui anche quella di fare ingegneria, se volete fare ingegneria. Sarà durissima, ci saranno momenti in cui si rimpiangerà di aver fatto questa scelta, ci saranno momenti in cui si avrà paura di non arrivare in fondo, ma con la determinazione ce la si può fare.

Con ciò non voglio minimamente finire nella banale retorica del “disabile super eroe” che con poteri di volontà affronta e supera qualunque limite. Gli ostacoli insormontabili esistono per tutti, è bene dirlo con chiarezza. L’importante però è non farsi spaventare dalla loro incombente presenza, con il rischio di non cercare soluzioni anche quando in realtà potrebbero esisterne anche per noi.

Un ultimo sogno?

Sarebbe quello di creare un gruppo, o addirittura un'associazione, che racchiuda tutti gli ingegneri o i laureati in materie tecniche non vedenti in Italia.

È un po’ che ci sto pensando, lo considero molto importante per conoscere altre storie, per fare network, per condividere le esperienze tra di noi, e per far conoscere il nostro mondo “dall’altra parte”, cioè quella degli educatori, degli insegnanti, degli esperti che devono indirizzare le famiglie dei ragazzi non vedenti, facendo loro conoscere tutte le possibilità che abbiamo a disposizione.

Per far capire che il mondo è sufficientemente maturo per includere in ruoli attivi della società anche le persone con disabilità sensoriali.