06.07.2018  10:00

Marco Molina, Alumnus e protagonista dell’industria spaziale italiana, e i suoi “occhi” per proteggere la Terra

Laureato in ingegneria aeronautica nel 1994, PhD in ingegneria spaziale nel 2007, oggi Molina ha un ruolo dirigenziale in Leonardo come CTO della linea di business spaziale. I suoi strumenti a bordo dei satelliti in orbita sorvegliano lo stato di salute del nostro pianeta e spingono ai limiti le soglie della tecnologia

 Tra i miei ruoli in Leonardo c’è lo sviluppo di strumenti ottici strumenti ottici innovativi, un ambito in cui la mia azienda è leader in Europa: sono‎ derivati da strumenti che hanno fatto la storia dell’esplorazione del sistema solare e vengono adattati al monitoraggio della Terra

spiega Marco Molina, interrogato dagli Alumni.

L’ingegnere Polimi in Leonardo ha un ruolo che coniuga l’attività dirigenziale a quella dello sviluppo di tecnologie pionieristiche, primo tra tutti PRISMA, lo strumento iperspettrale che verrà lanciato in orbita intorno al nostro pianeta all’inizio del 2019. 

 

OCCHI E ORECCHIE ITALIANI PER CONSERVARE IL PIANETA

“È un progetto interamente italiano, siamo molto orgogliosi”, spiega Molina. Sviluppato lungo quasi 10 anni in collaborazione con ASI, permetterà l’osservazione, il monitoraggio e la valorizzazione delle risorse terrestri, studi che oggi sono condotti da sistemi iperspettrali a bordo degli aerei, con tutte le limitazioni che la mappatura da aereo comporta: aree limitate e costi operativi.

PRISMA, invece, una volta in orbita, riprenderà l’intero globo, sarà autonomo e avrà capacità diagnostiche del territorio comparabili agli strumenti in uso oggi, pur sorvolando il terreno a quote 100 volte più alte rispetto agli aerei. Inoltre avrà il vantaggio di quella che si chiama “tempo di rivisita”, cioè sorvola lo stesso punto ogni 15 giorni, permettendo di comparare i dati a distanza di tempo per valutare l'evoluzione‎ della scena osservata. Con l’obiettivo di ottenere grandi benefici per il monitoraggio e il controllo sullo stato di salute dell’ambiente, le possibili applicazioni sono moltissime, dall’agricoltura di precisione, allo studio degli agenti inquinanti su terra e mare, della siccità, del rischio incendi, dello stato di salute delle foreste, fino al rilevamento della composizione chimica dell’oggetto osservato: sarà possibile sapere con precisione se il tetto di un edificio è fatto di amianto o se un territorio è inquinato da un certo agente chimico. 

“Le mie competenze da ingegnere aeronautico esperto di orbite, materiali e controllo termico sono state combinate per migliorare il funzionamento dello strumento e delle sue prestazioni, ad esempio nel controllo della temperatura o nell’individuare l'assetto (inclinazione) più favorevole per puntarlo a terra e controllarne la temperatura, che è influenzata dall'esposizione al sole, con grande precisione. E, sempre come ingegnere aeronautico, inaspettatamente ho lavorato anche alla qualifica spaziale di microcircuiti elettronici per i radar”. Leonardo da sempre si occupa di realizzare chip per i radar di impiego navale. Molina partecipa al progetto che vuole adattare questa tecnologia per usarla anche in orbita e il suo team si è occupato di svilupparla per renderla “qualificata per lo spazio”: più affidabile, adattabile e robusta, perché in orbita non ci può essere manutenzione, gli strumenti devono avere un ciclo vitale lungo e autonomo e le condizioni ambientali sono estreme. “In sostanza si tratta di emettitori di microonde per i radar spaziali del futuro, anche questi saranno operativi a breve e saranno complementari alle tecnologie ottiche come quelle di Prisma. I radar infatti funzionano anche in condizioni di scarsa visibilità, come di notte o in presenza di nubi, e possono osservare con grande precisione una varietà di fenomeni che richiedono una gestione tempestiva delle emergenze: allagamenti, terremoti, flussi migratori - possiamo ad esempio vedere i barconi con grande dettaglio – subsidenza del terreno e altre micro trasformazioni che possono darci indicazioni su attività edilizia più o meno lecita. Sono strumenti di supervisione di fenomeni su larga scala e permetteranno di pianificare più efficacemente gli interventi”. ‎

UN MODELLO DI INDUSTRIA D’ESEMPIO PER IL MONDO

Molina si occupa anche di adattare ai sistemi spaziali altre tecnologie allo stato dell’arte, come l’impiego del grafene per il raffreddamento dei satelliti e lo sviluppo della robotica spaziale che negli scorsi anni, in collaborazione con il Politecnico e la prof.ssa Ercoli Finzi (sua relatrice di tesi), ha contribuito al successo della missione Rosetta, e che in futuro sarà applicata anche alla missione Exomars. “Il focus del mio lavoro sulla robotica spaziale si concentra però sulla manutenzione delle stazioni e sulla rimozione dei detriti spaziali, dei quali i radar sapranno fornire una mappatura dettagliata” spiega Molina, che aggiunge: “Oggi abbiamo l’opportunità di rendere l’Italia autonoma lungo tutta la filiera dell’industria spaziale. Già oggi siamo ben posizionati a livello internazionale, è un’industria di grande valore strategico anche grazie alla collaborazione tra università, aziende e agenzie spaziali”. Questa collaborazione rappresenta una best practice che permette alle nostre aziende di essere competitive a livello di innovazione anche su progetti che non hanno un immediato ritorno commerciale, ma hanno un valore strategico. “L’impegno delle aziende è ovviamente maggiore laddove ci sono concrete opportunità di business a breve termine, ma l’intervento delle agenzie spaziali e delle istituzioni, come per esempio la Commissione Europea, supporta l’industria anche nelle idee più visionarie. Allo stesso tempo, nelle nostre università nascono idee uniche al mondo, i ricercatori ci sfidano a sviluppare strumenti pioneristici e il supporto delle agenzie spaziali ci permette di realizzarli. Grazie a questo continuo interscambio, in cui tutte le componenti del Paese agiscono in maniera integrata, riusciamo ad essere competitivi in Europa e nel mondo: gli strumenti italiani realizzati da Leonardo, ad esempio, popolano anche le sonde interplanetarie della NASA!”. 

Replicare questo modello di collaborazione e sinergia nelle altre filiere industriali sarebbe possibile, spiega Molina, ma complicato, perché richiede un impegno congiunto di università, industrie e istituzioni che è difficile sincronizzare laddove i tempi di incubazione delle innovazioni sono brevi. Inoltre, l’industria aerospaziale, per la complessità dei temi che affronta, è obbligata a cercare in modo continuativo la collaborazione con le università: “La nostra sola capacità di innovazione, senza gli studiosi, non sarebbe sufficiente. Le altre industrie sono più autonome e non sentono quest’esigenza, forse sbagliando”.

VERSO IL FUTURO

Questa collaborazione simbiotica tra ricerca e trasferimento tecnologico spinge sempre più lontano i limiti della conoscenza. Oggi Molina, in Leonardo, studia e valuta anche progetti a lunghissima scadenza come lo sfruttamento minerario degli asteroidi e le tecnologie quantistiche che perfezionerebbero gli strumenti di osservazione del pianeta, ad esempio permettendo di rimettere a fuoco immagine sfocate. “Sono progetti molto visionari, che prevedono un arco temporale lungo che permette alle idee di svilupparsi e consolidarsi nei decenni. Ci vuole una grandissima costanza: uno dei progetti che ho seguito nella mia vita professionale è durato 18 anni. A volte nemmeno 18 anni sono sufficienti. In questi casi bisogna avere il coraggio di crederci e avere fiducia nel team con cui si condivide l’avventura, un team che attraversa generazioni e decenni. Bisogna accettare che alcune delle idee e delle ipotesi che avanziamo verranno falsificate, che alcune delle tecnologie che immaginiamo non funzioneranno mai, o, a volte, che idee valide non siano ancora realizzabili con la tecnologia che abbiamo, e vengano recuperate quando i tempi sono maturi”. ‎

DAI BANCHI DEL POLITECNICO ALLO SPAZIO

“Degli anni del Poli ricordo spesso questo episodio. Erano gli albori dell’era digitale, c’erano ancora pochi PC e le aule informatiche erano sempre occupate. Al mio gruppo di lavoro serviva quella potenza di calcolo per sviluppare il modello di un velivolo, ma c’erano file interminabili e avevamo poco tempo per completare il progetto. Il nostro prof. di ingegneria aeronautica ebbe l’unica idea che poteva salvarci: lavorare di notte! Aspettavamo che i ricercatori e gli altri studenti andassero via per iniziare e avere tutto il campus, e la sua potenza di calcolo, a nostra disposizione, di notte: uno spettacolo suggestivo e inquietante!” ‎

Dopo la laurea, Molina ha iniziato a lavorare in un contesto internazionale che gli ha permesso di cogliere il valore del dottorato. “era la fine degli anni ’90, in Italia era ancora poco percepito, ma il PhD rappresenta una grande forza innovativa per le aziende. Ne ho parlato con il prof. Bernelli e la prof. Ercoli Finzi e abbiamo trovato una formula che mi permetteva di lavorare in azienda con contratto part time, come oggi si fa con l’executive PhD al Politecnico”. 

consiglio ai giovani

Non credete a chi vi offre scorciatoie nella carriera e nella vita, l'impegno e spesso la fatica per perseguire un obiettivo anche ambizioso pagano sempre. I soft skills vi permetteranno di valorizzare al massimo le vostre competenze tecniche, ma sono queste ultime l'essenza su cui si fonda la vostra professionalità quindi consolidatele con motivazione e convinzione.
‎Ed infine, non dimenticate che venite dalla più importante università tecnica italiana. Promuovetene il nome in Italia ma soprattutto all'estero e continuate il dialogo con la facoltà in cui vi siete laureati: fare rete crea più valore di quanto potessi immaginare alla vostra età quando sono uscito dal Poli

Carta d'identità

  • Marco Molina
  • Alumnus ingegneria Aeronautica 1994
  • Alumnus PhD ing. Aerospaziale 2007
  • Responsabile Ricerca e Sviluppo Spazio di Leonardo